Forse anche tu, come me, ti sei chiesto almeno una volta: ma chi sono davvero i poveri?
Io non so darti una definizione. Posso però raccontarti chi sono stati – e sono – per me. E soprattutto dirti chi mi hanno fatto incontrare.
La cura verso gli ultimi, i più fragili, gli indifesi, non si improvvisa! È uno sguardo che si allena nel tempo. E diventa veramente profondo quando tocchi con mano la tua fragilità, quando anche tu ti scopri povero/a… e amato/a proprio così! Lì è la chiave di volta, la rivoluzione dentro e fuori di te.
Ma facciamo un passo alla volta.
Io ho imparato l’amore verso i poveri tra le mura di casa. Ero piccola quando, ogni sabato mattina, passava da casa un signore rumeno a chiedere qualcosa da mangiare, vedevo mio padre correre fuori per chiacchierare con lui, mentre mamma racimolava ogni cosa in casa per preparargli un panino e qualcosa in più. L’ho imparato da un bambino rom che incontravo tutte le domeniche fuori la porta della chiesa: non potevo fare molto, ma potevo condividere un bicchiere di latte; ho allenato questo sguardo andando a trovare, con il gruppo giovanile di cui facevo parte, gli anziani del paese.
Piccole cose. Gesti semplici.
Eppure sentivo che il cuore si allargava. Intuivo che Dio mi stava aspettando proprio lì. E si lasciava trovare. Per me è stato subito stupore.
Nel mio cammino di discernimento, l’incontro con Marco è stato fondamentale: era un uomo che aveva scelto la strada come casa e incontravo a Roma dove si distribuiva la cena ai poveri. Aveva una forte dipendenza da alcol, piedi gonfi e scuri, con delle ciabatte dalla suola consumata. Un giorno era particolarmente ubriaco e mi urlò contro parole cariche di rabbia, rovesciandomi il piatto con la cena che gli avevo offerto. Potevo voltare le spalle e andarmene o potevo restare. Restare come Qualcuno aveva fatto con me, senza scandalizzarsi. “Usai con essi misericordia” scrive s. Francesco: Marco quella sera mi ha spiegato la misericordia, mi ha fatto toccare con mano l’infinita misericordia di Dio con me, davanti ai tanti piatti rovesciati davanti a Lui. Davanti agli occhi di Marco, ho riconosciuto le mie miserie, le mie povertà, la mia ribellione, il mio grido che Qualcuno aveva ascoltato e di cui Qualcuno aveva avuto misericordia. La mia povertà diventava possibilità di tenerezza e di condivisione. Nel volto di Marco, il volto di un Dio che mi faceva guardare dentro e guardare con bontà la mia povertà.
E quando intuisci questo, le ali si spiegano e la Vita riparte!
Lo sguardo continua ad allenarsi, intuisco che c’è una pepita d’oro lì, tra gli ultimi e che, per questa pepita d’oro, vale la pena dare la vita, perché lì c’è Dio che mi viene a cercare!
Questa intuizione si è fatta ancora più concreta quando sono arrivata a Padova, a Progetto Miriam, una casa per donne vittime di tratta. Lì ho provato sulla mia pelle che mentre tenti di metterti accanto a delle ferite, in realtà guarisci tu. È stata un’esperienza forte del carisma che si fa cura e condivisione. Un giorno una delle ragazze mi disse: “Carmen, tu sei come noi!” : una frase lapidaria che un po’ mi ha spiazzata. Poi ho capito: era vero, solo da quella prospettiva potevo essere sorella, potevo farmi toccare e incontrare dal Gesù in loro. Così una sera ero seduta sul letto di una delle ragazze e mentre provavo ad intessere un filo di fiducia, una di loro, scoppiò in pianto e mi disse “Io ho paura, non voglio più prostituirmi…” Quel grido fu un pugno allo stomaco. Quella frase mi ha aiutata a dare voce ai miei silenzi e alle mie paure nascoste. Mentre mi mettevo accanto, in realtà la mia ferita guariva.
E ancora una volta, mi sono ritrovata povera in mezzo a loro, davanti al volto del Maestro che mi tendeva la mano e con tenerezza si faceva vicino.
Non è sempre tutto facile, mentre ti doni puoi scontrarti non di rado con delusioni, disillusioni, fatiche, stanchezze. I poveri non sono poesia (forse all’inizio sì!), sono persone con una storia e spesso ti mettono davanti realtà più o meno dure.
Una sera, insieme alle sorelle, aspettavamo di poter accogliere una nuova ragazza a Progetto Miriam. Ci siamo adoperate per preparare il letto, il necessario per la notte, spazzolino e bagnoschiuma, tutto pronto! Attenderla fino a notte fonda e non vederla arrivare è stata dura. Sperimentare tutta la forza della comunità che accoglie e fa spazio insieme a tutta la durezza di un campanello che non suonava. Accanto a questo, avere il privilegio di vedere vite rifiori
re pian piano, dal sentirsi oggetti allo sperimentare che sono degne di stima, tutto questo a volte mentre facevano piccoli lavoretti nel laboratorio che c’è in casa: in quel lavoro paziente in realtà ricucivano insieme pezzi della loro vita.
La nostra fondatrice, Francesca Schervier, scriveva: “Riconoscevo il Signore nei poveri e nei sofferenti così chiaramente come se l’avessi visto con gli occhi del corpo; per questo tutti i miei pensieri e desideri erano protesi nel vedere come fare ad amare e a sollevare in loro Lui stesso”. Ecco il filo rosso che tiene uniti tutti i volti incontrati. Cercare ostinatamente quel Volto anche in situazioni ostili, difficili, nelle persone che incontro e in ogni povertà, anche dentro me. Allenare lo sguardo a riconoscere in ogni volto il Suo, questo mi fa dire ancora una volta “Ci sto, eccomi…”. Ecco il luogo privilegiato in cui il Signore mi cerca, mi attende e mi incontra, ecco il luogo dove il desiderio di “dare tutto a Dio” trova il suo compimento.
Tutti questi incontri mi hanno condotta passo dopo passo a entrare in una relazione sempre più intima con il Signore. È lì, nella concretezza delle storie incontrate, che ho riconosciuto la Sua presenza e il Suo amore per me. Attraverso i poveri ho imparato a conoscere Dio e, allo stesso tempo, a conoscere me stessa davanti a Lui. Per questo, il 14 dicembre 2025, ho pronunciato il mio “sì per sempre” nella famiglia delle Suore Francescane dei Poveri. Un sì nato dalla certezza che “riconoscere il Signore nei poveri” è la forma del Vangelo che desidero vivere.




Tre passaggi mi porto impressi nel cuore e nella carne dal giorno della professione: i passi del mio ingresso in Chiesa, che avevano il gusto della consapevolezza di essere profondamente amata; il freddo del pavimento e il calore della preghiera di tutti i Santi, durante la prostrazione; sentire in maniera viva la preghiera di tanti, dalla terra e dal Cielo. Così nell’abbraccio con le mie sorelle ho sentito la gioia di appartenere profondamente a una famiglia, con le sue luci e le sue ombre, per sempre!
Sr Carmen
