Angela, giovane amica delle suore italiane, laureanda in Medicina, ha deciso di trascorre tre mesi in Senegal, dove si è messa alla prova con un tirocinio in ospedale a Dakar e offrendo il suo tempo e i suoi talenti a servizio delle persone incontrate a Koungheul e Lwanga. Ecco il racconto della sua esperienza:
Ti proponiamo il Senegal, che ne dici? Compro il volo.
Sono partita per Dakar senza conoscere il volto delle persone con cui avrei passato i successivi tre mesi, senza conoscere la lingua di quel nuovo paese a me quasi sconosciuto, una possibilità dell’ultimo minuto di cui non ero convinta, ma che ho deciso di accogliere.
Sono atterrata un sabato sera di marzo e ad aspettarmi c’erano sr Jacqueline, sr Pascaline, sr Christiane e sr Maria. Siamo arrivate a casa con una cena calda che ci aspettava, le prime parole in francese che non riuscivo a capire, e poi i loro sguardi pronti ad accogliermi.
Le prime settimane sono state un insieme di scoperte e di domande: passavo le giornate in ospedale per il mio tirocinio e vedevo una realtà lavorativa a cui non ero abituata e che spesso mi lasciava un po’ delusa. Delusione che ho imparato a comprendere solo con il tempo e che si è trasformata in desiderio di adattarsi al diverso piuttosto che giudicare.
Ogni sera tornavo a casa sapendo che avrei trovato delle persone pronte ad ascoltarmi, raccontarmi la loro giornata, farmi sentire parte di una famiglia e, giorno dopo giorno, abbiamo creato una nostra quotidianità: i caffè insieme, lo sport prima di cena, i momenti di preghiera, che mi hanno fatto riscoprire una fede un po’ annebbiata dalla vita frenetica a cui ero abituata.

Tra una passeggiata in riva all’oceano, una danza senegalese e le notti in ospedale, le prime settimane sono passate e, senza che me ne rendessi conto, è arrivato il momento di preparare i dolci pasquali con sr Maria per farci sentire più vicine all’Italia. La Domenica di Pasqua a Keur Mbaye Fall con le altre consorelle e le giovani focolarine, nel mezzo della terra rossa, non aveva bisogno di nient’altro per farci sentire nel posto giusto.
Dopo qualche settimana, ho avuto la possibilità di vivere un fine settimana con le amiche focolarine per conoscere la loro realtà e quotidianità ed è stato anche un modo per approfondire i legami che si erano creati a Dakar prima di spostarmi per un paio di settimane a Koungheul.
A Koungheul ho ritrovato l’Africa di cui sono innamorata: una piccola cittadina immersa nel caldo torrido, tra scuole, dispensari, silenzio e natura, chilometri di brousse e legami autentici. La comunità mi ha accolto come una di famiglia: sr Flavienne con il sorriso e il cuore di una sorella maggiore, sr Marie Augustine complice di lunghe chiacchiere in italiano, sr Genevieve compagna di viaggi in auto per Lwanga tra aneddoti e risate e sr Anne Marie un’amica sensibile con un sorriso che riusciva sempre a portare la calma dopo le lunghe e calde giornate.
Durante le due settimane a Koungheul sono stata con i bimbi della Garderie, con le ragazze dello studentato, con i team dei dispensari di Missira e Koumbidia.
Essendo una studentessa di medicina ho cercato di passare la maggior parte del tempo a disposizione nei vari dispensari, per poter comprendere come gestire i pazienti senza tutti gli strumenti che diamo per scontati in un ospedale o in un ambulatorio, dove a volte sono i mezzi a fare la medicina e non tanto le persone.
La diversità delle patologie è stata la prima cosa che mi ha colpita: differenti da quelle che vediamo in Italia ma anche a Dakar, poi il rapporto tra professionista sanitario e paziente, che è rispettoso ma senza comportare distacco, la relazione umana che arriva prima di ogni ruolo.

Dopo tutto ciò è arrivato Lwanga, il posto che ha rubato il mio cuore, un villaggio a due ore da Koungheul, in mezzo al nulla, con una scuola, un dispensario, case, asini e capre, un orto nato da qualche mese e un mercato a qualche chilometro di distanza.
Abbiamo raccolto i primi frutti dell’orto, ho conosciuto Emil, il capo villaggio, che con pazienza mi ha mostrato tutti gli ortaggi spiegandomi le proprietà di ognuno, e ci ha poi accolti in casa sua facendoci conoscere la sua famiglia, persone che mi hanno colpita per la loro gentilezza, l’accoglienza e l’animo buono: persone come Mirta, che ho rivisto per la seconda volta la settimana successiva e sembravamo essere amiche da sempre, perché forse è proprio questo il senso dei rapporti umani, non guardare alle differenze ma solo al bisogno di avere connessioni profonde con persone che ti abbracciano con lo sguardo.

Lwanga mi ha fatto dire “qui sento l’anima in pace”, “qui mi sento me stessa”, e mi ha fatto respirare tranquillità e libertà; Lwanga è il rifugio dalla frenesia dei pensieri, dal traffico della vita.
Tornare a Dakar non è stato semplice, ma sapere di avere quelle che ormai erano diventate amiche e sorelle ad aspettarmi è stata la spinta che serviva per farmi tornare… mancava solo un mese al mio ritorno in Italia e quelle quattro settimane sono passate troppo velocemente.
Ho sempre cercato di vivere la quotidianità senza pensare al rientro: fino al viaggio in macchina verso l’aeroporto non mi volevo rendere conto che quell’esperienza stava giungendo al termine.
L’ultimo mese è stato complicato anche dal punto di vista medico, in ospedale infatti ho vissuto un’esperienza che mi ha toccata nel profondo: la morte di Khady, una ragazza di 17 anni che mi ha insegnato che a volte abbiamo bisogno di un’amica e nient’altro, qualcuno con cui passare il tempo per non sentirci soli, mi ha insegnato che tenersi la mano e capirsi con uno sguardo vale più di ogni altra cosa.
L’incontrarsi delle nostre vite, l’incrocio dei nostri cammini, il decidere di essere per lei amica e non solo medico, non è stato casuale e la nostra amicizia continua ad accompagnarmi giorno dopo giorno. Continuo a ricordare i suoi abbracci e i suoi occhi felici, il tempo con lei rimane un ricordo intenso e non solo il più doloroso dei mesi in Senegal.
Il Senegal è stato un’Africa diversa dalle altre che avevo vissuto, mi ha dato una quotidianità reale, una quotidianità che vedo nel mio futuro, è stato una nuova strada che si è aperta in un momento in cui pensavo di aver già capito dove volevo indirizzare la mia vita.
Rendersi conto che le difficoltà e le discussioni esistono in ogni famiglia, in ogni casa, e che l’importante è affrontare il tutto attraverso il confronto e imparando a mettere da parte l’orgoglio, abbracciare le diversità altrui, sono state grandi lezioni senegalesi.
Grazie Senegal, grazie Sorelle francescane: insieme siete stati un viaggio e un’esperienza speciali.
Angela Stoppato