Lavoro da circa 20 anni in un centro d’accoglienza e mensa sociale del comune di Roma, servizio che al momento ospita 80 persone dai 18 anni a ultraottantenni, in grave emergenza sociale e sanitaria. Come operatrice sociosanitaria, mi occupo in modo approfondito della cura della loro salute.
Attraverso questo servizio vivo il carisma di Madre Francesca nella mia quotidianità. Le storie di vita delle persone che incontro al centro sono intrise di dolore, solitudine, droghe e violenze, con poca speranza di un futuro migliore. Nel corso degli anni ho sviluppato la convinzione che il modo più efficace per esprimere il carisma sia mantenere sempre viva la speranza che le difficoltà vissute possano rappresentare anche opportunità di affrancamento e miglioramento concreto. Oltre alla professionalità, considero fondamentale la trasparenza e l’onestà nei rapporti con le persone per cui lavoro.
Questo atteggiamento non nasce da distacco o freddezza, ma rappresenta per me la concretizzazione di un messaggio cristiano: il rispetto dell’altro e l’autenticità nel dono di se stessi. Non mi pongo come un’amica degli ospiti, ma come una figura di riferimento pur mantenendo empatia e umanità.
Tradurre tutto questo in gesti concreti non è semplice. In questo periodo, per esempio, ho fatto esperienza delle difficoltà dei giovani stranieri che si trovano in strada per diversi motivi, spesso di natura burocratica. La loro principale urgenza è trovare lavoro per regolarizzarsi sul territorio italiano. Hanno diciotto anni e a quell’età il peso di un lavoro, per inviare soldi alla famiglia dopo percorsi faticosi per arrivare in Italia, li rende molto fragili. Alcuni rischiano di finire nel giro delle organizzazioni mafiose, specialmente per lo spaccio di droghe, altri hanno problematiche di tipo psichiatrico per gli effetti di stress post traumatici.
Tra questi, ho conosciuto O., un ragazzo egiziano di 19 anni non scolarizzato, che non riesce ad imparare l’italiano. A lui manca la famiglia, la mamma in particolare. Anche se volesse, non potrebbe tornare in patria. Dopo che aveva manifestato intenzioni autolesionistiche a causa dello sfruttamento lavorativo, gli abbiamo raccomandato di lasciare il lavoro pur con la preoccupazione che dovesse trovarne subito un altro per poter avere il permesso di soggiorno. Ha faticosamente accettato di essere seguito da uno psicologo. Posso parlare con lui solo tramite i colleghi di lingua araba, ma il nostro rapporto riesce ad andare oltre le parole e, quando mi vede, mi saluta con “Mama” e un abbraccio. I suoi occhi sorridono di nuovo; gli sorrido affidandolo a Madre Francesca.
Grazie a questa esperienza, posso contemplare quanto sia forte l’amore di Dio che passa tramite gesti concreti fatti di ascolto, accoglienza e cura. Porto nel cuore la consapevolezza che ogni ferita, se accompagnata con amore e umanità, può lentamente trasformarsi in possibilità di rinascita. È in questo cammino di cura reciproca che continuo a riconoscere il valore più autentico del servizio e della speranza.
Associata SFP Francesca Campeti